Cenni Storici

Un pò di storia...

GENERALITÀ
panorama
Tortorella, pittoresco borgo dell’entroterra del Golfo di Policastro, è situato su una ripida altura che domina la profonda forra del torrente Bussentino, a 580 metri di quota.

Il paese ebbe origine poco prima dell’anno mille ad opera di genti scampate alle scorrerie dei pirati saraceni. Dell’epoca rimangono preziose testimonianze architettoniche tipicamente medioevali. Fra queste la Chiesa Madre della Collegiata, risalente all’XI sec. e munita di un pregevole portale cinquecentesco; e porzioni delle mura di cinta in cui si apre la porta sudorientale.
Le mura furono edificate dapprima dai normanni nel XII sec. e poi rinforzate dagli angioini durante la guerra del Vespro (1282-1302) contro gli aragonesi.

Nel XIV sec. Tortorella diventò uno dei tanti possedimenti dei Conti Sanseverino. In questo periodo il paese acquistò notevole importanza, tanto da comprendere nel proprio feudo i vicini abitati di Casaletto Spartano e Battaglia. Fino al XVII-XVIII sec. il paese fu sede di una società raffinata, come documentano i bei palazzi dell’epoca, fra cui spiccava il palazzo Baronale Marchesale dei Conti Carafa, ormai diruto. Allo stesso periodo risalgono le numerose chiese presenti sul territorio, fra cui la Chiesa di San Vito, posta appena fuori dall’abitato ed il cui ampio piazzale è un caratteristico luogo d’incontro per la comunità.

Nel XVIII sec. il borgo era caratterizzato da un’intensa attività lavorativa. Particolarmente diffuso era l’artigianato, in particolare la lavorazione del ferro, i cui segreti si sono tramandati di generazione in generazione fino ai nostri giorni. Era molto praticata anche la lavorazione dei cereali, come attestano gli imponenti ruderi di mulini, ormai ricoperti da fitta vegetazione, che un tempo sfruttavano le impetuose acque del Torrente Bussentino.

SIBARI E PYXÙS, LA VIA DEGLI APPENNINI TRA IL MAR IONIO E IL TIRRENO
Sud Italia
Nel VII secolo a. C., in seguito allo stabilimento della colonia ellenica di Sibari, per impulso di essa se ne fondarono altre sulle spiagge della regione enotro-lucana. Sul versante del Mar Ionio, Siri, Eraclea, Metaponto, Lagaria, Pandosia; sul versante del Tirreno Lao, Skidron, Pyxùs, Molpa, Elea e Posidonia.
Sibari e Siri in particolare praticarono il commercio di transito tra le spiagge dello Ionio e quelle del Tirreno attraverso le carovaniere interne dell’Appennino.
Esse agirono come i commessi intermediari degli intraprendenti navigatori Milesii e dei Tirreni; operando lo scambio delle ricercate merci asiatico-orientali con i ricchi popoli della Tirrenia etrusca, e delle merci e prodotti italici con i commercianti dell’Asia. Gli uni approdavano nel Golfo di Policastro, nel porto dell’antica colonia greca pueous (Pyxùs), poi romana Buxentum, presso l’odierno Policastro Bussentino; gli altri nella rada di Sibari. Le due città erano il magazzino di deposito delle merci che i loro abitanti trasportavano per il dosso dell’Appennino da un mare all’altro. Tramite tale scorciatoia si abbreviavano le distanze, si sopprimevano i pericoli dello stretto siculo, e si scansavano i rischi della pirateria del mar Tirreno. Un forte ritorno economico si produsse in Sibari, Pyxùs e nel territorio attraversato dalle merci. Buxentum fu colonia romana già nel 197 a. C. e in età augustea si dotò di macellum (mercato delle carni) per accogliere le carni del copioso bestiame suino e bovino del Vallo di Diano e la selvaggina del monte Cervati.
Il flusso commerciale portò alla formazione di alcuni insediamenti umani posti nei punti strategici a presidio del territorio e difesa dei traffici. Lucani, italici e greci si stabilirono presso il passo di Sanza, ove nacque Sontia, lungo la carovaniera per il Vallo di Diano e, in prossimità del valico del monte Cocuzzo, sorse il nucleo primordiale di Tortorella, lungo la carovaniera per il Mar Ionio.

I MONACI BASILIANI NEL BASSO CILENTO: RELIGIONE, POLITICA E INTRAPRENDENZA
Ritratto
Alla caduta dell’Impero Romano tutte le zone fertili passarono sotto il dominio Longobardo. Un declino socio-economico generale investì l’intera area. Le campagne furono abbandonate e la macchia mediterranea ebbe il sopravvento sulle coltivazioni. Lungo le coste si intensificarono le scorrerie dei Saraceni.
In tale contesto giunsero i monaci di cultura greco-orientale. Essi penetrarono nell’Italia meridionale nel periodo che va dal VI alla fine del secolo IX d. C.
Inizialmente tali monaci condussero una vita eremitica, per lo più itinerante, in grotte e nelle laure sparse tra i monti. Con l’inizio del X secolo la vita monastica cominciò ad elevarsi ed a organizzarsi in comunità stabili, i cenobi, dove i monaci pregavano e lavoravano, secondo i dettami di Basilio. In tale periodo inoltre giunsero ulteriori migrazioni dalle province bizantine in seguito alle invasioni arabe; le donazioni popolari arricchirono la proprietà terriera dei monaci e si diffuse il contratto di pastinato.
I monaci basiliani si impegnarono febbrilmente nell’organizzazione del suolo agricolo; dissodarono le aree coltivabili, insegnarono nuove tecniche di coltivazione, realizzarono mulini nelle zone montane.
Per loro influsso sorsero i borghi in corrispondenza dei precedenti insediamenti lucani, greci o romani. Ai monaci spesso si unirono gli abitanti di nuclei urbani abbandonati.
Secondo la tradizione orale lucana dall’antica colonia romana Blanda, in Calabria, distrutta da un’invasione di grosse formiche nere, ebbero origine Tortora, Tortorella e Battaglia.
I cenobi rappresentarono pertanto un polo di aggregazione per le popolazioni dei dintorni.
Alla metà del X secolo molti cenobi, come molti paesi si presentavano già costituiti.
Del nucleo originario sorto sulla collina di Tortorella, presso il valico del monte Cocuzzo, lungo la carovaniera per il Mar Ionio, si ignora il nome e si dispone di scarse informazioni. Per certo l’arrivo dei monaci italo-greci e degli oriundi di Blanda contribuì decisamente al suo sviluppo e alla sua affermazione nel territorio cilentano. A partire da questo periodo tale centro prenderà il nome di Tortorella.
Il presidio del territorio per mezzo dei cenobi si rivelò una efficace strategia militare. Alle spalle di Policastro, i borghi di San Giovanni a Piro, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca disposti in maniera concentrica rispetto al centro marino costituivano una vera e propria barriera invalicabile di difesa contro le scorrerie terrestri.
L’ulteriore presenza dei monaci basiliani nelle campagne rafforzava il legame tra i vari centri abitati. Ancora oggi i toponimi delle contrade dell’entroterra cimentano denotano eloquentemente l’antica presenza basiliana: San Basilio, Santa Sofia, Sant’Onofrio, San Leonardo, Sant’Oronzo, San Teodoro, Santa Barbara, Santa Domenica, San Biagio, San Nicola, San Fantino, Spadarea, Callidi, ecc.
In una memoria redatta nel XVIII secolo, Tortorella, nell’anno 1021, divenne feudo del Principato di Salerno con decreto del Longobardo Guaimaro III Principe di Salerno, con tre casali: Casalecti, Bactalearum, Bonatorum (Casaletto Spartano, Battaglia, Vibonati). A Tortorella erano concessi il demanio con fiumi ed acqua.
Nel 1069, nella Bolla di nomina del nuovo Vescovo di Policastro, l’abate Pietro Pappacarbone del Cenobio Benedettino di Cava dei Tirreni , fra l’elenco delle parrocchie si fa il nome di Tortorella, che pertanto a quel tempo era già una Comunità parrocchiale costituita, e canonicamente eretta.
Tortorella fu presente alla Terza Crociata con Taherius de Turturella e Amerius de Turturella.
Nel Liber Donationum vi è la concessione da parte di Re Carlo (1226-1285) dei feudi di Sanza e di Tortorella ad onorato di moliers (Honorato de Moliers et Heredibus concedentur Sansa et Turturella pro uncis LIII).
Il feudo passò poi al milite Nasone di Galarate e Galanzano (Galeran): costui aveva restituito alla Curia il casale di Trecase nel giustizierato di Terra di Otranto e altri beni a Brindisi ricevendone appunto la Terra di Tortorella nel giustizierato di Principato e terra Beneventana. Il feudo fu concesso per 40 once d’oro.

 

TORTORELLA, CORRADINO DI SVEVIA E LA RITORSIONE DI RE CARLO D’ANGIÒ
Moneta
Dopo la morte di Re Manfredi (1266), nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, chiamato dai partigiani dell’Impero. Egli fu accolto trionfalmente a Roma, ma il 23 agosto 1268, presso Scurcula Marsicana (Fucino), Corradino venne sconfitto da re Carlo d’Angiò.
Scampato alla battaglia venne poi catturato presso la Torre di Astura e consegnato a Carlo, che lo fece condannare a morte (Napoli, piazza del Mercato, 29 ottobre 1268). In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo.
Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, per cui è da supporre che Tortorella fosse già fiorente in epoca normanna. Infatti Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisiello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mazzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel Feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione ed il governo dell’Università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste.
Dopo la sconfitta di Corradino, Re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, Conte di Marsico di far arrestare i soldati di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Il Re, pertanto aveva ordinato di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni.
Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario.
È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente ne gravetur ab hostibus.
Nell’archivio di Badia di Cava sono conservate due pergamene che accennano a Tortorella.
Nel novembre del 1290, Gerolamo figlio di Guido con il consenso della moglie vendette un terreno con vigna a Policastro ubi Molinelli dicuntur per una oncia d’oro a D.no Roberto di Tortorella.
Il 30 gennaio 1314, per scadenza, vennero devoluti “in feudum nobile” tutti i beni che erano stati di Giovanni Lombardi di Tortorella, da parte di Tommaso Sanseverino a Silvio Vulcano di Padula.

UNA SOCIETÀ RURALE ANOMALA: TORTORELLA NEL MEDIOEVO
Antico
Analizzando i registri conservati nell’archivio sussidiario di Sala Consilina redatti dal notar Bahordo Palumbo di Tortorella e dal notar Guglielmo Lombardi, dal 1478 al 1521, il prof. Alfonso Leone dell’Università di Salerno, ha cercato di valutare la qualità e la quantità dei singoli settori della vita economico-sociale, e il loro reciproco delimitarsi ed integrarsi, in Tortorella e nei casali viciniori.
I protocolli notarili nel ridurre l’angolatura economico-giuridico ai “contratti agrari”, permettono di rappresentare in maniera sincronica e articolata la società rurale. Ne deduciamo gli aspetti più significativi della società e del paesaggio medievale: l’antropizzazione del territorio; il tenore di vita, gli usi e i costumi degli abitanti; la religione; la cultura; l’amministrazione; l’economia.

IL TERRITORIO E GLI ABITANTI

Le località in cui gli atti vengono rogati sono, oltre Tortorella, la civitate Policastri, le terre di Padula, Sanza e Caselle, i castra di Torraca e Morigerati, e i casali di San Giovanni a Piro e di Bosco, di Bactalearum, Bonatorum e Casalecti (Battaglia, Vibonati e Casaletto).
Le case nei fondi agricoli appaiono piuttosto sporadiche: gli abitanti preferivano addensarsi nel perimetro del borgo, ove largo spazio era riservato agli orti e alle vigne.
In Tortorella la popolazione appare divisa in pratica in due soli quartieri, presso le due porte dell’agglomerato, quello de lo Cantoni di fronte alla porta occidentale, dove è sito attualmente il Municipio e quello della Porta suctana nei pressi del Palazzo Marchesale.
A Porta suctana si riferiscono le case di Tommaso Baglivo, Caterina Curcio, Goffrido de Galocta, Guglielmo Santoro, Alessandro De Alderisio, Nicolao De Francisco, Marchisio De Marchisio, Nocolao Cernechiario, Cristiano Cernechiario, Antonio de Marchisio, Giovanni De Casellis, arciprete Nicolao De Marchisio, Guglielmo Zampugna, Domenico Barisano, Giovanni De Galocta, Giovanni Ferrario, Binutus De Francisco, Ciccarello De Tramonte, Francesco Roccolo, Salvatore Barisano, Nicolao notar Roberto, Blasio Scotellaro, Nicola Casellis, Nicolao De Farneto, Gervasio De Gervasio, Perna Petrafisa, Nicolao Cernechiario, Pietro De Marchisio, Giuliano De Marchisio.

Il quartiere principale e più popoloso è però quello de lo Cantoni. Riportiamo l’elenco dei capifamiglia:
Romano Vitrano, Guglielmo Loisio, Antonio De Meri, Giovanni Ponte, Giovanni Zanpugnia, Giovanni Petronella, Antonio Culimodi, Simon Visus, Salvatore De Alderisio, Antonio Salerno, Giovanni De Antonio, Giovanni Roccolo, Giovannello De Caro, Rogerio Cavallo, Palmerio De Tramonte, Nicolao Cifone, Pietro Loisio, Angelo Petronella, Iacobo Cinco, Giovanni Mangisio, Nicola Bruno, Giacomo Curcio, Guglielmo De Audino, Giovanni Columbo, Giovanna Ursa, Nicolao Barisano, Luca Virgillito di Montemurro, Rogerello de Averardo, Nicolao De Antonio, Goffredo De Ricca, Masella Scillata Di Policastro, Antonio De Antonio, Muscatella de la Petrone, Iacobo De Iacobo, Severino Molinaro, petruccio Roccolo, Rainerio Lombardo, Elisabetta Comite, Rogerio Lombardo, Salvatore De Alderisio, Angelillo De Meri, Pietro Monaco, Simon Urso, Giovanni Monaco, Goffredo de Vallina, Francesco De Alderisio, Nicolao Filpo, Beatrice De Colucio, Alessandro Novellino, Roberto Roccolo Nicola di Guido Roccolo, Guglielmo De Audino, Sabella Vallecta, Matteo De Alferio, Iacobo De Caro, Antonio De Ricca, abate Iacobo De Ricca, Nicolao De Francisco, Domenico Villocto, notar Giovanni Iuliano, Giovanni De Antonio, Giovanni Urso, Domenico Villocto, Giovanni Biscusio, Romano Roccolo, Zancia De Missanello.
Il movimento delle persone dà consistenza geografica alla zona stessa e ne favorisce l’amalgama.
Numerosi sono i matrimoni tra persone di centri diversi. Altrettanto cospicuo è il numero di persone che hanno abbandonato la loro località d’origine. Stretto è il rapporto tra l’entroterra cilentano e la Basilicata e il Vallo di Diano.
Il tenore di vita.
Sicuramente a Tortorella non si trovavano lussuosi palazzi cittadineschi, però sembra che i beni stabili avessero dei prezzi più contenuti delle res mobiles. Dagli inventari dei beni, dalle doti e dai testamenti non si direbbe che le famiglie del centro urbano avessero una vita eccessivamente disagiata. Si ha la sensazione di un benessere mediocre e diffuso, nella dimensione rurale.
Le famiglie sono piuttosto ampie, per numero di figli. I cognomi sono pochi ed intricatissima è la ragnatela delle parentele.
La vita religiosa.

La presenza della Chiesa nella regione è notevolissima. Buona parte degli atti si stipulano ante fores ecclesie S. Marie Maioris de dicta terra.

Nella sola Tortorella ed immediate vicinanze si contano undici edifici aperti al culto:
1. Ecclesia S. Marie Maioris
2. Ecclesia S. Marie de Cortini
3. Ecclesia S. Nicolai de Spartusio
4. Ecclesia S. Iohannis de Marcaneto
5. Ecclesia S. Sophia
6. Ecclesia et hospitale S. Marie Annunciate (a Porta sultana)
7. Ecclesia et hospitale S. Iacobi (al Cantone)
8. Ecclesia et hospitale S. Maria de Martiribus
9. Cappella S. Marie de Concepitone
10. Cappella S. Salvatoris
11. Hospitale S. Berardini (cappella S. Marie Maioris, prope)

Attenzione impellente e minuziosa era suscitata dai funerali; si specificava con ogni cura il luogo dove si intendeva venir seppelliti, e si predestinava a questo scopo una apposita somma. Il luogo è sempre presso una chiesa. Alcuni avevano disponibile un tumulo di loro proprietà. Si tendeva per lo più a giacere presso il corpo di un defunto molto caro.
I preti ricevevano la sepoltura prevista dal loro stato: sotto il coro retrostante l’altare maggiore.

Vi sono altri che si avvalevano dell’appartenenza ad una confraternita. Le confraternite
all’epoca erano due: S. Bernardino e S. Maria della Concezione. E’ evidente che essere confratelli significava in primo luogo assicurarsi una sepoltura di spiccato valore religioso.
Cultura, diritto, giustizia, amministrazione.
Il livello di istruzione era, indubbiamente, molto basso.
Non si è trovata nessuna traccia di medici. Il diritto privato appare improntato alla generale prassi notarile.

La parte più consistente del diritto spesso è rappresentata dai patti matrimoniali e dalla dote.
Vi sono due contratti che si riferiscono alla concessione della cittadinanza.
Il primo è di Tortorella, Leonardo Buttino, sindicus dicte terre e Frabiano Valletta e Nicola de Alderisio procuratores dicte universitatis accolgono (ipsa universitas recepit et inducit) Nicola de Rasolla in civem, et tanquam nobilis. Si stabilisce che egli possit uti omnibus privilegiis di cui gode la cittadinanza, e che sia libero da collette per quindici anni. Il secondo di Vibonati. Giovanni Lucio, tanquam sindicus, Simone Pugliese e Frebo Curcio iudices pro presenti anno, Giovanni Culimodi tanquam camerarius, e Giacomo Pugliese, Ciccone Balbo, Tommaso Curcio, Guido Curcio, Andrea Pugliese, Cristofalo Curcio, Tommaso Magaldo, Brancato Pugliese e Guglielmo de Riczardo, Maior et sanior pars hominum dicti casalis, mentre concedono la cittadinanza a Giovan Battista Spagnolo, gli danno anche uno spacium terre in quo possit edificare sibi mansionem, e lo esentano da varie imposte per dieci anni.
Le risorse: colture, mulini, allevamento.
Il paesaggio presentava una resistenza massiccia del bosco, che manteneva le sue querce sparse dappertutto, conferendo al panorama un aspetto particolare, di compresenza anche allo stesso livello altimetrico, della foresta, del castagneto e del lavoro contadino.
La vigna era non solo la principale risorsa della zona, ma anche la coltivazione che più si estendeva. Ancora scarsamente sviluppato era l’oliveto. Con certezza, ridotta era anche la superficie pianeggiante seminativa; poche erano le terre in fase di pastinazione. Gli orti si raccoglievano nel casale, presso le case, e nelle sue immediate vicinanze, secondo la consueta disposizione mediterranea.
Siamo di fronte ad un’agricoltura forse non fiorentissima né di ampie prospettive, ma razionalizzata fin dove possibile.
Il panorama si completava con la presenza dei mulini. Si contano almeno undici molendina raggruppati in due o tre punti.
L’agricoltura si avvaleva dell’ausilio di un numeroso bestiame. Non scarseggiava il bue da lavoro, né era assente l’equino. L’allevamento vero e proprio, ovino, caprino e suino non prevaricava nei confronti dell’equilibrio agricolo.
Commercio ed artigianato.
Gli affari commerciali erano pochi e l’iniziativa commerciale appariva inesistente. Nemmeno prospero era l’artigianato, che si riduceva al minimo indispensabile. A Tortorella troviamo sarti, fabbri, falegnami e muratori. Non solo l’artigianato aveva dimensioni modestissime e tenore domestico, ma, indizio anche più manifesto d’un ambiente in ristagno, il lavoro dipendente veniva remunerato per gran parte col semplice vitto ed alloggio giornaliero e con un abito.
L’atrofia del commercio costituiva il fattore decisivo di tutta la vita economica, con influenza profonda sugli aspetti che la stessa economia rurale manifestava.

IL PRESTITO

Il prestito non mostra carattere di finanziamento, ma meramente di consumo: pochi contratti, per importi modesti e a scadenza, in relazione, lunga. Il piccolo mutuo prevale, tra gente comune, senza segno d’attività professionale continuata. I prestiti vengono concessi per lo più dietro pegno di beni stabili. Siamo di fronte ad una situazione caratterizzata da una notevolissima mobilità della terra dovuta non a condizioni di vivacità economica, ma al contrario ad una sua netta precarietà e ad una rimarcata carenza di moneta contante.
Mobilità della terra.
Le contrattazioni manifestano in modo efficace un intenso ritmo di circolazione dei vari appezzamenti, e conferivano alla terra stessa , data la scarsezza del danaro, una funzione sostitutiva della moneta. Il frumento, il bestiame bovino, ovino e suino si compravano a prezzo d’una parcella di terreno coltivabile. La conseguenza di tutto ciò era la grande frammentazione delle terre, indipendentemente dal tipo di colture, includendo anche gli orti.
La mobilità pertanto ostacolava gli investimenti nella terra stessa per accrescerne la produttività.
Concessioni e censi.

L’analisi dei contratti di concessione permette di formulare alcune osservazioni:

1. Il numero delle concessioni era esiguo e nella maggior parte dei casi il concedente era un ente Ecclesiastico.
2. I terreni non risultavano particolarmente fertili, né agevoli da coltivare perché scoscesi.
3. E’ inesistente la concessione ad meliorandum ; nessun investimento è fatto in questo senso.
4. Il reddito ricavato dal concedente era di un livello minimo.
5. La pastinazione copriva pochi spazi.
6. L’unica coltura introdotta era la vite.
7. Tutti gli appezzamenti vengono concessi in perpetuum,. Questo fattore, congiunto all’altro della mediocrità del reddito annuo, faceva assumere alle concessioni stesse l’aspetto di vere e proprie cessioni definitive.

CLERO E PATRIMONIO ECCLESIASTICO

L’influenza esercitata dal clero nella contrada era certamente notevole, non solo nell’orientare la religiosità popolare e le consuetudini testamentarie, ma altresì in momenti di schietta natura laica. Il clero secolare locale, di estrazione tanto aristocratica quanto contadina, era numeroso e non privo di beni di fortuna. In genere i singoli membri del clero non sembravano sprovvisti di beni personali.
Spesso qualche donazione è diretta non alla Chiesa, ma al prete. Inoltre i fedeli per finanziare le orazioni che intendono assicurarsi post mortem assegnavano al clero dei beneficia.
Dal punto di vista strettamente economico, il beneficio che per tal via si costituisce su di una data terra non si configurava in maniera diversa, in fondo, dai censi veri e propri; esso, al pari del censo, le sottraeva una quota, pur minima, di provento, ma si precisava al tempo stesso come un altro dei fattori che agivano sulla terra e concorrevano a metterla in movimento e a variamente distribuirla.

PATRIMONI DELL’ARISTOCRAZIA

Le due famiglie principali sono gli Alderisio e i De Ricca.
Le loro proprietà analogamente a quanto descritto erano in continua trasformazione. Ma nel contesto cilentano eravamo in presenza di un carattere generale dell’economia locale in cui non era possibile fare una artificiosa distinzione tra sfera contadina e sfera aristocratica. La mobilità della terra era nel Basso Cilento il segno della sua rigidità economica, e della non ancora avvenuta penetrazione nelle proprietà terriere del capitale mercantile moderno.
L’unico grande feudo della regione era il feudo quod dicitur lo Farneto, appartenente a Margherita di Sanseverino contessa di Capaccio.

L’AMMINISTRAZIONE DI TORTORELLA DAL XV AL XVI SECOLO
Il Feudo di Tortorella fu di Almirante Ruggero, Barone di Lauria successivamente da Venceslao Sanseverino Conte di Lauria. Nel 1463 Tortorella fu amministrata da Barnaba Sanseverino, Duca di Scalea, e successivamente da Guglielmo Sanseverino, Conte di Capaccio.
Roberto Sanseverino, che aveva saputo destreggiarsi tra Francia e Spagna, ebbe per la morte senza eredi di Guglielmo Sanseverino il consenso all’acquisto e alla divisione dei suoi beni con Bernardino Sanseverino di Bisignano, ad evitare una loro dispersione con la vendita pubblica
A Roberto toccarono, con Capaccio, Casalnuovo, Cazanello, la Palude (Padula), Lagonegro, Laurino, Magliano, Montesano, Ravello (Rivello), Sansana, Sasso, Scalea, Tito, Tortorella, Trentinara, Verbicaro.
In seguito, a causa della ribellione della famiglia Sanseverino al Re, il Feudo fu affidato a Federico d’Aragona Re di Napoli, il quale, in premio di servizi ricevuti, lo donò a Giovanni Andrea Caracciolo, Maestro d’armi del Re.
Il Feudo poi passò ad Isabella Caracciolo, moglie di Ferrante Spinelli, Duca di Castrovillari. Fu acquistato da Troiano Spinelli, che nel 1555 lo vendette a Giovanni e Cesare Ricca. Da questi Tortorella fu ceduta nuovamente a Troiano Spinelli, e nel 1564 venne acquistata da Scipione Offerto.
Nel 1569 Francesco Alderisio acquisì il Feudo. Nel 1600, per il matrimonio dell’unica erede degli Alderisio, N. D. Vittoria Alderisio, con G. B. Carafa Stadera, Tortorella passò alla famiglia Carafa, che la governò fino ai principi del 1800, epoca in cui fu abolito il regime feudale, ed i Carafa andarono via.

 

LE INCURSIONI DEI CORSARI DEL 1534 E DEL 1552
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Nell’anno 1534, il corsaro Khair-ed-din Barbarossa, ottenuto il comando della flotta turca dal Sultano Solimano II, dopo aver sparso il terrore sulle coste del Mediterraneo, assecondato nei sui feroci propositi dal “Giudeo”, altro terribile pirata e suo degno compare, si avventò con furia selvaggia su Policastro, ne distrusse non poche opere d’arte, la saccheggiò spietatamente e, quindi, la diede alla fiamme.
In tale circostanza ebbero a subire il saccheggio e l’incendio anche i centri di Scario, San Giovanni a Piro, Bosco, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Santa Marina, Vibonati e Sapri..
Nel 1552, il 10 luglio, sabato sera, una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata Oliveto. Il giorno dopo, domenica, i musulmani guidati da Dragout-Rais Bassà, detto Dragut, sbarcarono più veloci delle aquile e misero a ferro e a fuoco Policastro ove rimasero solo 30 persone, fra le quali il vescovo Francesco da Massanella, e distrussero gli archivi urbani e quanto di sacro esisteva nel convento di San Francesco. Il giorno successivo, dopo aver fatto festa sulla spiaggia durante la notte, saccheggiarono e distrussero San Cristoforo, Spani (oggi Ispani), Vibona (che scomparve definitivamente), Santa Marina e San Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. Numerosi furono i morti e altrettanti i prigionieri. I raccolti furono bruciati nei campi. Roccagloriosa subì un vastissimo incendio; oltre cento abitanti furono uccisi o portati via come schiavi. A tale motivo la Regia Camera accordò una esenzione fiscale per tre anni. Il giorno 13 luglio assalì Camerota e Pisciotta.
Di fronte a tali incursioni la cittadina di Tortorella rimase miracolosamente illesa. I corsari giunsero fino a Vibonati, ma non proseguirono oltre.

MONSIGNOR SPINELLI
Mons. Spinelli, vescovo di Policastro, visita TortorellaIl 17 settembre 1597, Mons. Spinelli, dopo aver ascoltato la messa a Torraca proseguì per tria miliaria circiter verso Tortorella ove fu ricevuto dal Clero.
Nella chiesa principale vi erano: l’Altare Maggiore, il tabernacolo lingneo con il Santissimo Sacramento, le reliquie di S. Urbano Papa, la fonte battesimale e gli oli sacri. Il vescovo ordinò l’istituzione di libri redetti in italiano per i matrimoni, i battesimi e le cresime. Il 18 settembre intervenne alla messa in aurora, visitando, dopo, le cappelle di Santa Maria della Sanità, del Sacramento, gli altari dell’Annunciazione, di S. Sebastiano, del Rosario, della Concezione (ospizio annesso parve membro domus sito a latere dictae capellae). Nel centro abitato visitò inoltre la cappella di San Nicola delli Marotti in loco ubi dicitur lo Cantone.
Fuori abitato erano aperte al culto le cappelle dedicate a San Vito, San Nicola farnetani, Santa Maria dei Martiri, Santa Sofia, San Giacomo della Croce, Santa Maria dell’Annunciazione, San Nicola mazanetese, San Giovanni maccaneti.
Il vescovo Giovanni Antonio Santonio di Taranto, eletto vescovo di Policastro nel 1610, oltre a convocare tre Sinodi, ricostruì il seminario in base al decreto Tridentino di riforma cap. 18, sess. XXIII attribuendogli anche il beneficio semplice di San Giovanni di Marcaneto di Tortorella.
I ruderi della chiesa di San Giovanni di Marcaneto insieme alle suggestive vestigia del campanile si trovano nella contrada San Teodoro, nel Comune di Tortorella.
Il vescovo Laudisio riferisce che la Chiesa della Beata Vergine Assunta di Tortorella non era una vera e propria Colleggiata (non ve ne erano in Diocesi): i sacerdoti erano nominati dal vescovo e chiamati canonici titolari, secondo una consuetudine confermata nel sinodo del 1615 dal vescovo Santonio.

LA PESTE DEL 1656
Il Giustiniani ubica il villaggio di Tortorella su un monte sassoso, ma con buoni pascoli, a 75 miglia da Salerno, e a 5 dal mare. Parla dei suoi 1100 abitanti che producono frumento, granone, vino e olio, e del feudatario Carafa della Stadera. Egli ci informa pure delle numerazioni dal 1532 al 1669:

nel 1532: fuochi 148, ab. 740
nel 1545: fuochi 165, ab. 825
nel 1561: fuochi 174, ab. 870
nel 1595: fuochi 167, ab. 835
nel 1648: fuochi 197, ab. 985
nel 1669: fuochi 76, ab. 380

La peste del 1656 ridusse a un solo terzo la popolazione di Tortorella.

 

LE RELIQUIE DI SAN FELICE MARTIRE GIUNGONO A TORTORELLA
Il titolo di Marchese di Tortorella venne concesso il 20 luglio 1710 ai coniugi Teresa Garofano e Francesco Carafa (ramo poi estinto).
Il 19 maggio 1765, Mons. Pantuliano venne in visita a Tortorella ove fu ricevuto dal Clero e dal popolo.
Nella chiesa principale erano presenti il Santissimo Sacramento, la fonte battesimale e gli oli sacri. L’Altare Maggiore era dedicato a Santa Maria Assunta in cielo. Inoltre erano presenti gli altari della Madonna del Rosario, del Sacramento, dell’Annunciazione, di Santa Maria di Loreto, di Santa Lucia, di Santa Maria del Carmelo, di San Bernardino e di Sant’ Antonio da Padova. Erano presenti inoltre il coro e libri corali.
Nell’abitato erano aperte al culto le cappelle di Santa Maria della Pietà, del Purgatorio, di San Vito, S. Basilide, Santa Maria la Sacra. Fuori abitato c’erano le cappelle di San Giuseppe e San Leonardo
Il clero annoverava, 21 preti, 3 diaconi, 1 suddiacono, 2 chierici.
Nella chiesa parrocchiale di Tortorella venne conservato l’intero corpo del Martire San Felice. Le preziose Reliquie, conservate per secoli nelle catacombe di Santa Ciriaca dell’alma Roma, furono concesse dal Papa Clemente XIV alla Cappellania di San Bernardino della Chiesa Colleggiata di Tortorella. Il Corpo santo del glorioso Martire fu portato da Villammare, via contrada Vallina, a Tortorella il 27 ottobre del 1769.

DALLA CACCIATA DEL MARCHESE CARAFA ALL’UNITÀ D’ITALIA
Pozzo del palazzo Marchesale
Agli inizi del XIX secolo, con l’epopea napoleonica si ebbe l’abolizione del regime feudale. Nel 1810 la tirannica famiglia del marchese Carafa, che amministrava Tortorella dal 1600, abbandonò il paese. Ebbe fine così un lungo periodo caratterizzato da soprusi e violenze ai danni della popolazione e del clero tortorellese.
Le insurrezioni che hanno contraddistinto il Cilento in periodo borbonico non trovarono alcun appoggio in Tortorella. La forte amministrazione politica, gestita saldamente dai nobili e dal clero, non lasciò spazio alle sommosse popolari.

Tortorella non partecipò pertanto all’insurrezione nel Cilento del 1828, capeggiata da Antonio De Luca, né alla rivolta del 1848.
Accettando lo stato delle cose, per una sfiducia nei cambiamenti, contribuì alla disfatta del tentativo di Pisacane di far insorgere le popolazioni del Cilento.
La sera del 28 giugno 1857, Carlo Pisacane sbarcò a Sapri. Il giorno seguente dopo aver invano cercato aiuti a Sapri e Torraca proseguì verso il Fortino seguito dai trecento rivoltosi. Il bel capitano marciò in direzione di Casalbuono per poi piegare verso Padula dove fu attaccato dalle guardie urbane. Gli scampati a tale scontro, incluso Pisacane, perirono nell’attacco presso Sanza.
Nel tardo pomeriggio del 29 giugno un drappello di rivoltosi aveva cercato di penetrare in Tortorella. L’attacco fu respinto dalle Guardie Urbane. Giambattista Bello fu decorato con medaglia d’oro per l’impegno profuso.
All’epoca Tortorella aveva a disposizione un efficiente sistema difensivo basato su imponenti mura di cinta e numerose torri di guardia.
Nel Novecento, in paese una strada sarà dedicata all’eroe genovese.
Il 22 ottobre 1860, a seguito del Plebiscito a Napoli e in Sicilia, il Regno delle due Sicilie fu annesso allo Stato Sabaudo.
Il 20 settembre 1870 l’esercito italiano, guidato dal generale Cadorna, entrò a Roma.
Dai censimenti demografici la popolazione di Tortorella appare seguire un andamento decrescente:

nel 1861 ab. 1101
nel 1871 ab. 1128
nel 1881 ab. 1152
nel 1901 ab. 1318
nel 1911 ab. 1266
nel 1921 ab. 1080
nel 1931 ab. 888
nel 1951 ab. 963
nel 1961 ab. 901
nel 1971 ab. 853
nel 1981 ab. 783
nel 1991 ab. 717
nel 2001 ab. 711

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